Recensione CLOVERFIELD: dal genio di J.J. Abrams, una creatura mostruosa girata con camera a mano…

Nato con il nome di 1-18-08, CLOVERFIELD si presenta come un esperimento coraggioso e capostipite di una lunga serie di cloni…

C’è poco da fare. Quando una persona nasce con un estro e un genio cinematografico al pari del produttore J.J. Abrams tutto quello che tocca si trasforma in oro. Se poi ci aggiungiamo un buona quantità di denaro ed un gran coraggio sperimentale, quell’ oro, si trasforma in successi tangibili.

Dopo Lost ecco che Abrams decide di riportare tra di noi il surreale nel reale, ma questa volta su grande schermo. Cloverfield non è facile da classificare. Non me la sentirei di paragonarlo a film come Godzilla o King-Kong, nonostante tutti e tre abbiano in comune creature gigantesche che, buone o malvagie che esse possano essere, distruggono tutto ciò che si para dinnanzi al loro cammino. Non è nemmeno paragonabile ad un action movie, o ad un fantasy. O al pari potrebbe essere tutte queste cose messe assieme. Ma no! Cloverfield è semplicemente qualcosa di “Nuovo ma vecchio”, partorito in un’era regnata dalla computer grafica nella quale si pensava di aver ormai dato vita a tutto l’inimmaginabile.

Cosa vi aspetta sedendovi davanti al televisore ed inserendo, l’ormai uscito, dvd di Abrams? Semplice: un capolavoro o un film inguardabile. Senza fraintendere ne spiego subito il motivo. Ciò che caratterizza Cloverfield su tutto è l’ idea “genialstupida” di averlo girato interamente con camera a mano. Cosa significa? Semplice! Avete presente quei dannati filmini delle vacanze che l’amico di turno vi propina al ritorno dalla sua vacanza in Egitto dove, anche volendo ammirare su schermo una delle piramidi da lui visitate, non vi è verso per i continui ondeggiamenti, zoomate, scatti veloci, e così via? Ecco! Questa è la camera a mano. Cloverfield si presta infatti a essere un’esperienza unica anzichè un film, una sorta di documentario… un esperimento. E’ come se noi fossimo il cameraman. Non ci sono veri e propri tagli se non il naturale standby che inseriremmo dopo cinque minuti non-stop di riprese. Vuoi perchè ci faccia male la mano, vuoi perchè non ci sia nulla di interessante da filmare. Quindi questo è quanto: o vi appassionerete talmente tanto alla vicenda narrata da rimanere incollati alla poltrona stringendo l’avambraccio del vostro vicino fino a farlo divenir paonazzo perchè VOI ne siete ormai i protagonisti… oppure uscirete da dove vi trovate perchè vi scappa da vomitare. Ed è per questo,che Abrams ha avuto dannatamente coraggio.

La camera a mano è il modo più naturale di utilizzare una cinepresa. Cloverfield è il filmino amatoriale, il “real-document” che tutti avremmo potuto girare se, trovandoci ad una festa con la nostra nuova handycam, stessimo girando un video ricordo per un amico in partenza per il Giappone e, d’improvviso, qualcosa di catastrofico accadesse fuori dalla finestra. Questo è stato il coraggio di Abrams. Il rispolverare la tecinca cinematografica più naturale ed economica e sbatterla sul grande schermo. Due infatti erano le possibilità. Un successo globale o un flop colossale. Diciamo subito che l’ha spuntata la seconda ipotesi. Come detto prima, il pubblico avrebbe potuto essere restio dinnanzi ad un video così stranamente “vero”. Invece ha accolto la novità con entusiasmo tanto che, subito dopo, altri film come “rec” ed altri in produzione, hanno deciso di adagiarsi sugli allori cresciuti grazie a Cloverfield cominciando a spuntare come funghi. Ma non è facile riuscire a copiare con successo un fenomeno così particolare, destinato a vivere in solitudine al quale, anche un proprio seguito, rischierebbe di guastare soltanto.

Il film diretto da Matt Reeves comincia così: una festa. Una semplice festa in tipico stile americano con decine di invitati a popolare un loft situato nei piani alti di un edificio. Le bellezze di turno non mancano e striscioni appesi dappertutto fanno capire che non sia un semplice party. Sono infatti tutti in attesa del festeggiato. Robert (Michael Stahl-David), avendo ottenuto una importante carica manageriale, è in partenza per il Giappone. I suoi amici e suo fratello decidono così di organizzargli un “addio” in grande stile. Nell’ attesa del suo arrivo ecco che spunta fuori una videocamera… e da qui comincia il film. Un amico di Robert si aggira tra gli invitati raccogliendo testimonianze d’amicizia e cari saluti destinati al partente. In questo mentre, che dura una buona ventina di minuti, si cominciano a scoprire i tanti back-ground (storie) dei vari protagonisti e co-protagonisti. Amori, odi, vicende. Tutto questo fino al momento clou in cui, dopo l’arrivo di Robert, qualcosa accade. La terra trema, la luce si spegne. I telegiornali annunciano una pesante scossa di terremoto ma, fuori dalla finestra, è ben altro ciò che vedremo. Meteoriti ed esplosioni illuminano la città come fosse la notte di capodanno. La gente si riversa nelle strade. Detriti cadono, palazzi esplodono e… la testa della statua della libertà rotola a terra travolgendo tutto ciò che incontra. Un terribile mostro sta devastando la città. Da questo momento in poi il vostro respiro non ha un attimo di pace.

Come detto prima, in Cloverfield, nulla è lasciato al caso. E’ una macchina perfetta ed è tutto calibrato alla perfezione. La regia di Matt sarebbe pressochè ingiudicabile data la sua natura, ma non è così. L’ impeccabilità di una finta mala-ripresa la rende degna di nota. Nessun dettaglio viene perso. E’ sempre ottimamente concentrata sul focolare dell’ azione, sulle espressioni di ogni singolo individuo, su tutti i tratti caratteristici di ogni personaggio, compreso il cameraman che si vede in poche sporadiche apparizioni, e che ci permette di vivere appieno diverse storie concentrate in un unico insieme. Soprattutto, grazie ad una trovate geniale, veniamo a conoscenza della storia d’amore (finita presumibilmente male) tra il protagonista Robert ed un bellissima ragazza presente alla festa. Durante il film, infatti, la vicenda principale verrà spezzata da frammenti di filmato che mostrano i due innamorati durante una giornata di divertimenti. Questa assoluta genialata non solo fa capire che il film dura effettivamente 60 minuti come una mini-dv, ma che è proprio una mni-dv quella che stiamo vedendo, con tanto di sovraregistrazione e salti di frame. Il ritmo serrato e caotico viene attenuato da tutto ciò, senza però far mai calare la tensione. Anzi, l’aumenta così come aumenta lo spettacolare senso di immedesimazione. Cloverfield sembra quasi un videogioco.

Il film è un crescente d’azione degenerante tra splatter e “vedo-non vedo”, intepretato da giovani attori poco conosciuti ma già degni di nota per aver contribuito a dar vita ad una delle “creature” più contorte degli ultimi anni. Il film è una corsa contro il tempo, un inno alla vita, un sentimento riversato su pellicola. Nascosto dietro ad un enorme mostro computerizzato si cela una storia senza capo nè coda ma perfettamente generata che soddisfa alcune domande lasciandone altre aperte non solo alla fantasia dello spettatore, ma anche alla sua voglia di saperne di più. Cloverfiel è a questo punto più di un film… è un fenomeno. Sulla rete, infatti, si trovano diversi indizi sulle origini del mostro , che nel film non vengono spiegate, e su altri quesiti irrisolti attraverso finti ma “apparentemente” veri blog e fansites. Una cosa che a molti potrebbe infastidire, soprattutto per il senso di incompletezza lasciato dal finale, ma che potrebbe appassionare la stragrande maggioranza.

Cloverfield è insomma un film che viene amato alla follia o odiato dall’ inizio. E’ comunque un esperimento che vale la pena di provare. Aspettando notizie su un fantomatico sequel (forse evitabile a meno che non si tratti di un “film” non più con camera e mano che spieghi tutto per bene) potete guastarvi il dvd di ottima fattura con qualche extra (tra i quali i due finali alternativi… non “molto” alternativi) e qualche notizia che potrà forse soddisfare qualche curiosità in più.

Voto senza dubbio 9 già solo per il coraggio dimostrato da Abrams!

Andrea Davi

~ di icefoxblog su Maggio 15, 2008.

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